A distanza di sei mesi dalle misteriose esplosioni che nel Mar Baltico hanno squarciato il gasdotto Nordstream azzerando le forniture di gas russo alla Germania e all’ Europa, si infittiscono gli indizi che fanno ricondurre ad interessi ucraini i responsabili di quello che è generalmente considerato un atto di sabotaggio da porre in relazione al conflitto in atto fra l’aggressore russo e l’aggredito ucraino.
Il 26 settembre 2022 il metanodotto che collega la costa russa sul Mar Baltico all’altezza di San Pietroburgo con la costa nord-orientale della Germania venne gravemente danneggiato da una serie di esplosioni che causarono l’ interruzione della fornitura.
Il venir meno del gas russo, principale fonte energetica a basso costo per larga parte dell’ Europa, ha aggravato la crisi economica nel Vecchio Continente, già innescata dal conflitto russo-ucraino in atto dal 24 febbraio precedente. Mentre il danno veniva giudicato difficilmente riparabile, Stati Uniti e Nato da una parte e Russia dall’altra si scambiavano reciproche accuse per quanto avvenuto.
Il Mar Baltico oltre ad avere importanza strategica, è anche zona di interesse di vari Stati, dalla Russia alla Scandinavia, alla Danimarca, alla Germania, alla Polonia, ai Paesi Baltici; per cui, anche se le esplosioni erano avvenute in acque internazionali, all’ altezza dell’isola danese di Bornholm, indagini sono state avviate dalle magistrature di più paesi.
Fra febbraio e i primi di marzo 2023, mentre proseguiva il sanguinoso conflitto russo-ucraino, sono cominciate a filtrare le prime indiscrezioni. Citando fonti non identificate ma ben introdotte in ambienti governativi o giudiziari, diverse autorevoli testate giornalistiche americane e tedesche hanno chiamato in causa gruppi filo-ucraini – ma non il governo di Kiev – e in un caso addirittura direttamente la Casa Bianca che ha immediatamente opposto una formale smentita.
Anche il governo di Kiev ha ripetutamente negato ogni responsabilità nella vicenda e lo ha fatto per voce del consigliere presidenziale Mychajlo Podoljak prima e poi ancora, in sede di Consiglio Nato, con il ministro della Difesa Oleksij Resnikow.
Dal canto suo Mosca ha colto l’occasione per mettere sotto accusa Wasington. Il vice ministro degli esteri Serghei Ryabkov ha detto: “per noi è chiaro che Washington è responsabile per questo atto terroristico senza precedenti”. Nel riferirsi a illazioni della stampa americana circa la responsabilità di “gruppi filo-ucraini” il vice ministro le ha qualificate come “un maldestro tentativo di sviare l’opinione pubblica internazionale”.
Le indiscrezioni cui faceva riferimento il vice-ministro russo erano state pubblicate il 7 marzo dal New York Times che, citando fonti governative di Washington, ha scritto: “dall’esame di nuove risultanze emerse dall’ attività di intelligence si evince che a condurre l’attentato al gasdotto Nord Stream dello scorso anno è stato un gruppo filo-ucraino”.
Le fonti però hanno sottolineato di non disporre di prove di un coinvolgimento nella vicenda del presidente ucraino Volodymyr Zelensky o di suoi stretti collaboratori. Nè era stato accertato che i sabotatori avessero agito alle dipendenze di una qualsiasi autorità ucraina.
In quello stesso 7 marzo venivano anche rese note informazioni raccolte congiuntamente da tre autorevoli testate giornalistiche tedesche: il settimanale Die Zeit e i canali televisivi pubblici ARD e SDR. Secondo queste informazioni i magistrati inquirenti tedeschi avrebbero ricostruito in larga parte il come e il quando dell’ attentato al Nordstream senza però riuscire a individuarne i mandanti.
Biden chiamato in causa
A fare il nome di un mandante – e di forte peso – era stato invece l’ 8 febbraio precedente il giornalista americano Seymour Hersch, acclamato premio Pulitzer già più volte entrato in rotta di collisione con il potere. In una newsletter Hersch affermò che il sabotaggio del Nordstream era stato ordinato dal presidente Joe Biden in persona ed eseguito in segreto da una squadra di specialisti della marina americana con la complicità delle autorità Norvegesi.
L’obiettivo di Biden, sostiene Hersch, era cogliere l’ occasione del conflitto russo-ucraino per spezzare l’intesa economica fra Russia e Germania. La rivelazione venne subito decisamente smentita dalla Casa Bianca e nonostante la gravità dell’accusa ebbe scarso rilievo.
Sebbene navigato autore di inchieste che hanno fatto la storia del giornalismo in America, Hersch stavolta non aveva rispettato appieno la regola della sua professione che ammonisce: “più forte l’accusa, più consistenti devono essere le prove”. L’ 86enne Hersch invece aveva fondato le sue rivelazioni sulle confidenze di una sola fonte, per di più anonima. Inoltre diversi elementi della sua ricostruzione furono giudicati inconsistenti.
Indizi per un coinvolgimento di Washington
Dal canto suo Hersch aveva due elementi accessori da far valere. Il primo: il 7 febbraio 2022, un paio di settimane prima dell’attacco russo all’ Ukraina, nel ricevere alla Casa Bianca il cancelliere tedesco Olaf Scholz, Biden affermò: “Se la Russia invade, cioè a dire se i carri armati o i soldati attraversano di nuovo la frontiera ucraina, allora non vi sarà più un Nordstream 2. Lo faremo finire”. “Di preciso, come lo farete” gli fu ribattuto e il Presidente concluse: “Te lo prometto, sapremo come fare”.
La seconda frase significativa che Hersch avrebbe potuto ricordare è quella pronunciata il 26 gennaio 2023 da Victoria Nuland, sottosegretaria di Stato agli Affari Politici, quindi stretta collaboratrice di Biden. Parlando davanti alla Commissione esteri del Senato a Washington la signora affermò: “L’ amministrazione Biden è ben felice di sapere che il Nord Stream 2 è ormai un ammasso di metalli in fondo al mare”.
Primi risultati inquirenti tedeschi
Se Hersch è stato avaro nel documentare le sue ricerche, le fonti giudiziarie tedesche sono invece state generose con i giornalisti. Si è così saputo che la squadra entrata in azione con uno yacht preso a nolo in Germania da due Ucraini a nome di una società con sede in Polonia, sarebbe stata composta da sei elementi, cinque uomini e una donna.
Si trattava del comandante della barca, di due sommozzatori e due loro assistenti e di un medico, la donna. La loro nazionalità ancora non è stata accertata. E’ invece appurato che gli attentatori si sono serviti di passaporti falsificati da mani esperte, in particolare per noleggiare l’imbarcazione.
Lo yacht, l’ “Andromeda” capace di accogliere fino a undici persone, salpò dal porto di Rostock, nella Germania nord-orientale, già il 6 settembre – ossia una ventina di giorni prima dell’ attentato – con, nascosta a bordo, mezza tonnellata di esplosivi fatta giungere nel porto di Rostock con un furgone.
Gli inquirenti hanno ricostruito la rotta seguita dalla barca fino all’ isola tedesca di Ruegen e più avanti fino all’isola danese di Christiansoe, a nord-est di Bornholm. Al termine del noleggio la barca è stata riconsegnata pulita ai proprietari ma non del tutto: sopra il ripiano del tavolo nella cabina gli investigatori hanno trovato tracce di esplosivo.
Le indiscrezioni della stampa tedesca sono state parzialmente confermate l’ 8 marzo dalla Procura generale federale a Karlsruhe. Rispondendo a domande di giornalisti una portavoce della Procura ha confermato che a metà del mese di gennaio la Procura ha identificato l’imbarcazione di proprietà di una società tedesca che era stata noleggiata da una ditta polacca la quale apparterrebbe a due Ucraini. Si sospetta – ha ancora detto la portavoce – che l’imbarcazione sia stata utilizzata per il trasporto di esplosivi impiegati nell’ attentato del 26 settembre 2022.
L’imbarcazione è stata perquisita e i dipendenti della ditta di noleggio sono stati indagati risultando del tutto estranei agli attentati.